Minneapolis: Se l’istituzionalizzazione della paura diventa “Ordine Pubblico”


Ci sono immagini che non dovrebbero esistere e storie che non vorremmo mai raccontare, eppure quello che sta accadendo a Minneapolis sotto l’amministrazione di Donald Trump è un monito che non possiamo permetterci di ignorare. In queste cronache si intrecciano i volti di una tragedia che rappresenta il collasso della democrazia, a partire dall’innocenza violata di un bambino di soli 5 anni, arrestato dagli agenti dell’ICE come se fosse una minaccia per la sicurezza nazionale. Viene da chiedersi, con amara ironia, se il suo cappellino azzurro di Cinnamoroll fosse considerato un segnale di pericolo da quegli uomini armati durante i raid anti-migranti che stanno scuotendo il Minnesota.
Accanto a lui emerge il sacrificio di un uomo giusto come Alex Pretti, un infermiere professionale di terapia intensiva e volontario che in tutta la vita aveva ricevuto solo due multe. Pretti è stato ucciso con dieci colpi a distanza ravvicinata mentre manifestava pacificamente, disarmato, contro la violenza ingiustificata di milizie che ormai rispondono a logiche politiche. A chiudere questo cerchio di orrore c’è Renee Good, un’altra vittima innocente travolta dalla ferocia di queste operazioni che sembrano avere l’obiettivo preciso di colpire Minneapolis in quanto simbolo dell’opposizione.
Quello a cui stiamo assistendo non è il mantenimento dell’ordine, ma l’istituzionalizzazione della paura come strumento di tensione sociale. L’ICE sta agendo come una forza d’urto ideologica e il fatto che un infermiere impegnato nel sociale venga abbattuto e un bambino piccolo venga portato via dimostra che il confine tra sicurezza e barbarie è stato ampiamente superato.
Questa deriva ci riguarda da vicino perché il silenzio è contagioso. Se accettiamo che questo modello di repressione venga normalizzato oltreoceano, rischiamo di trovarcelo in casa sotto nuove spoglie. Dobbiamo restare vigili: se dovessimo vedere simili presidi di agenti mascherati da “esigenze di sicurezza” per i grandi eventi, come le prossime Olimpiadi di Milano-Cortina, la nostra risposta dovrà essere ferma. Non chiamatela democrazia se il prezzo da pagare è la nostra stessa umanità.
Domenico Bennardi