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Il pieno e il vuoto

Benzina tra le più care d’Italia in una regione che estrae petrolio. Prima che scadano le concessioni, chiediamoci che cosa ci è rimasto davvero in tasca.

Ieri, al bel convegno organizzato da La Scaletta, ho sentito un assessore regionale Cosimo Latronico dire una cosa che ho trovato onesta: sull’energia bisogna scegliere e decidere, anche quando le decisioni sono impopolari. E ha aggiunto che le convenzioni con le aziende che estraggono petrolio scadono tra poco e, se vogliamo, andranno rinnovate.

Tra poco, appunto. La concessione della Val d’Agri, quella di Eni e Shell, è prorogata fino al 26 ottobre 2029. Quella di Tempa Rossa, la Regione l’ha rinnovata nell’aprile 2024, con scadenza indicata al 2028. Tra due e tre anni, quindi, qualcuno dovrà mettere una firma. Prima di quella firma c’è una domanda semplice, che quasi nessuno ha voglia di fare ad alta voce.

Che cosa ha dato, concretamente, il petrolio alla Basilicata?

Partiamo da quello che vediamo tutti, ogni volta che passiamo dal benzinaio. Secondo la CGIA di Mestre, nel 2026 la spesa dei lucani per i carburanti cresce del 21,6%, la crescita più alta d’Italia: 118 milioni di euro in più rispetto al 2025. A marzo, secondo i dati del Mimit elaborati dall’Unione nazionale consumatori, la Basilicata era la prima regione italiana per prezzo della benzina self. A fine settembre la benzina era a 2,173 euro al litro, il gasolio a 2,360.

E parliamo della regione che, secondo gli studi di settore, dà più del 70% del petrolio estratto in Italia.

Non è vero, dunque, che paghiamo come tutti gli altri. Certe settimane abbiamo guidato la classifica dei più cari. Dico questo sapendo bene che il prezzo alla pompa non lo decide la Regione e nemmeno il Comune: lo fanno il mercato e, soprattutto, le accise che incassa lo Stato. Per questo da mesi chiedo di riprendere in mano la Zona Franca Energetica, di cui ho già scritto qui. In Consiglio regionale si stima che le sole accise pagate dai lucani valgano circa 130 milioni l’anno. Non è un regalo che chiediamo: è una parte, piccola, di ciò che questa terra dà al Paese.

Non parlo a vuoto. Il progetto, elaborato dal professor Aldo Berlinguer, giace nei cassetti di via Verrastro dal 2014. Da sindaco ho provato a riprenderlo: nel 2023 abbiamo deliberato l’adesione all’idea di una zona franca a fiscalità differenziata sui prodotti energetici. E a gennaio 2024, con l’arrivo della Zes Unica, ho convocato il Tavolo permanente per il rilancio e lo sviluppo della Valbasento, perché un’area industriale ha un futuro solo se qualcuno ne fa il motore dell’economia regionale. Erano strade da percorrere con coraggio e visione, e oggi chiedo che qualcuno le riprenda in mano.

Se togliamo la propaganda, che cosa resta? Qualche risorsa ai comuni della Val d’Agri, nemmeno a tutti, spesa troppo spesso per rifare e rifare i marciapiedi. Qualche posto di lavoro altamente specializzato, che per definizione non è quello che serve ai nostri ragazzi.

Non lo dico io soltanto. Nel 2021 tre ricercatori, Pellegrini, Tasciotti e Spartaco, hanno confrontato la Basilicata con una “Basilicata sintetica”, costruita con i dati delle altre regioni italiane. Risultato, pubblicato su Ecological Economics: lo sviluppo delle estrazioni non ha prodotto alcun miglioramento rilevabile su occupazione, indicatori sociali e istruzione. Gli stessi autori ricordano che restano da misurare gli effetti negativi su ambiente e salute.

E poi c’è ciò che non finisce in nessuna tabella. La Val d’Agri era una delle valli più ricche d’Italia per natura e per cibo. Chi la conosce sa che cosa intendo.

Il 1° gennaio 2002 i residenti in Basilicata erano 597.468. Il 1° gennaio 2023 erano 537.577. Sono circa 60 mila persone in meno in un ventennio, e sono quelle che avevano meno di trent’anni quando hanno fatto le valigie. Il rapporto annuale Istat 2023 ci ha anche consegnato un primato che avremmo evitato volentieri: la fecondità più bassa d’Italia, 1,09 figli per donna.

Le proiezioni Istat, riprese lo scorso anno dal Quotidiano del Sud, dicono che entro il 2050 potremmo perdere altri 100 mila abitanti. Dopo, il discorso peggiora: secondo le elaborazioni Svimez su dati Istat, nel 2080 la popolazione lucana potrebbe dimezzarsi.

Se questa è la visione per la Basilicata, non stupiamoci. E se ci aggiungiamo anche il deposito unico delle scorie e il nucleare, il cerchio si chiude. Su questo Matera non può restare in silenzio, e nemmeno il resto della regione.

Come hanno detto con coraggio, ieri il vice presidente de La Scaletta, Paolo Stasi e il Presidente della Provincia Francesco Mancini: manca una visione.

La visione, secondo me, c’è già. Sta in comuni come Aliano, Rotondella, Miglionico: borghi che offrono ancora un rapporto unico con la ruralità, la natura, il tempo giusto e le persone. Non sono un problema da amministrare: sono un vantaggio competitivo che nessuna multinazionale può portarci via.

Ma un borgo da solo non ce la fa, e un sindaco lasciato solo ancora meno. Serve una strategia di tutta la regione per attirare in modo sistematico e programmato nomadi digitali e smartworker.

Servono infrastrutture digitali vere, con fibra e connessione dove oggi non c’è. Servono spazi di coworking interconnessi e gratuiti per chi lavora a distanza, e incubatori di lavoro gratuiti per i giovani che vogliono restare o tornare. E servono città inclusive, capaci di accogliere gli immigrati regolari che vogliono lavorare e mettere su famiglia.

Quest’ultimo punto non è un atto di generosità, è aritmetica. Secondo l’Istat, in Basilicata l’età media degli stranieri residenti è di 33,9 anni, contro i 46,2 degli italiani. Una regione che perde nascite e giovani non può permettersi di chiudere la porta a chi vuole costruire qui il proprio futuro.

Ho apprezzato l’invito a decidere anche contro il consenso. Allora decidiamo. La scelta impopolare non è dire sì o no al petrolio: sarebbe troppo comodo, da una parte e dall’altra. La scelta impopolare è pretendere condizioni scritte prima di rinnovare qualsiasi concessione.

Chiedo una quota stabile delle royalties in un fondo per le generazioni future, e non in spesa corrente. Chiedo un accordo con lo Stato su accise e Zona Franca Energetica, perché chi estrae la ricchezza non paghi la benzina più cara. Chiedo un piano regionale per borghi, digitale e giovani, finanziato con le stesse risorse.

Se a queste condizioni non si arriva, la firma non va messa. E non è una questione di colore politico: la Basilicata è stata governata da tutti, e il risultato lo vediamo ogni mese nei dati dell’anagrafe.

Il petrolio finisce. Le persone, se le lasciamo andare, pure.

Domenico Bennardi

I dati citati vengono da queste fonti: la stima della CGIA di Mestre sui carburanti (Il Quotidiano del Sud, 10 maggio 2026), i prezzi self di marzo secondo Mimit e UNC (23 marzo 2026), quelli di fine settembre (27 settembre 2026), la stima delle accise (ANSA, 16 ottobre 2026), la concessione della Val d’Agri fino al 2029 e quella di Tempa Rossa fino al 2028, lo studio di Pellegrini, Tasciotti e Spartaco su Ecological Economics, i residenti del 2002 e del 2023, le proiezioni Istat al 2050 e al 2080, la fecondità più bassa d’Italia e l’età media degli stranieri dal censimento permanente.

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