Politica internazionale

L’Italia nel mirino: basi militari USA, guerra all’Iran e la sovranità perduta

Il 28 febbraio 2026 resterà nella storia come uno spartiacque. L’operazione congiunta USA-Israele, ribattezzata “Ruggito del Leone”, ha colpito l’Iran con una sequenza di attacchi mirati, eliminando la Guida Suprema Khamenei e destabilizzando l’intera regione mediorientale. Da quel giorno, noi italiani, che lo vogliamo o no, siamo dentro questa storia.

Già coinvolti, senza averlo deciso

Mentre il governo Meloni ripete che “non è ancora arrivata nessuna richiesta formale”, la realtà racconta altro. La base di Sigonella è stata messa in stato d’allerta fin dalle prime ore degli attacchi: intenso traffico di aerei cargo militari americani, decolli di droni Global Hawk per attività di sorveglianza, pattugliamenti di Boeing Poseidon verso il Medio Oriente. A Niscemi, il sistema MUOS, una delle quattro super-antenne satellitari che guidano le operazioni militari americane nel mondo, è operativo come sempre, anzi più che mai.

Il M5S ha fatto bene a chiedere chiarimenti al ministro Crosetto. La risposta è stata degna di un manuale del politically correct burocratico: “sull’utilizzo delle basi valgono i trattati”. Vero. Ma quei trattati risalgono agli anni Cinquanta, quando l’Italia era un Paese appena uscito dalla guerra, dipendente dagli aiuti americani per la ricostruzione. Ci siamo mai fermati a chiederci se quegli accordi siano ancora adeguati alla nostra dignità di nazione sovrana nel 2026?

L’umiliazione che nessuno vuole nominare

C’è un dato che dovrebbe far arrossire chi governa e chi aspirava a un “rapporto speciale” con Trump: nessuno in Europa è stato avvertito dell’attacco. Non Meloni, non Macron, non Scholz. Il ministro della Difesa Crosetto era in vacanza a Dubai. Il titolare della Farnesina Tajani ha ricevuto la telefonata dal collega israeliano quando i bombardamenti erano già iniziati.

Giuseppe Conte ha centrato il punto: l’Italia e l’Europa hanno avuto in questa vicenda il ruolo di “osservatori”, non di alleati. È l’immagine plastica della nostra condizione reale. Mentre la Spagna di Sánchez ha avuto il coraggio di dichiarare che non avrebbe messo a disposizione le proprie basi, costringendo il Pentagono a spostare altrove i suoi aerei cisterna KC-135, il governo italiano è rimasto in un silenzio ambiguo, sospeso tra il timore di scontentare Washington e l’impossibilità di spiegare ai cittadini perché il suolo italiano debba essere potenzialmente un obiettivo di ritorsione iraniana.

Perché questo è il punto che troppi ignorano: Teheran ha già avvertito che considererà un atto di guerra qualsiasi supporto straniero alle operazioni USA-Israele. Missili iraniani hanno già colpito una base britannica a Cipro. Il messaggio era chiaro. E noi, con Sigonella e Niscemi già operative a supporto di quelle stesse operazioni, stiamo facendo finta di niente.

Dividi e impera: chi vince davvero

Proviamo a fare un passo indietro e a guardare il quadro più grande.

Trump sta portando avanti una guerra in Medio Oriente. La stessa amministrazione Trump che ha imposto dazi all’Europa, che ha messo in discussione la NATO, che ha apertamente detto di voler “smantellare” le istituzioni europee così come le conosciamo. Netanyahu, nel frattempo, porta avanti la propria agenda regionale con il supporto americano.

La domanda che nessuno si pone abbastanza chiaramente è: quali sono i nostri interessi nazionali in questa guerra? Non quelli di Washington. Non quelli di Tel Aviv. I nostri: italiani ed europei.

L’Iran non ha mai attaccato l’Italia. Non è un nostro nemico storico. Aveva in corso trattative diplomatiche, mediate dall’Oman, con l’AIEA coinvolta come osservatore tecnico, che stavano portando verso un accordo sul nucleare. Tre round di colloqui a Ginevra, con l’Iran disposto a rinunciare alle scorte di uranio arricchito. Poi, di colpo, le bombe.

Chi ha interesse a destabilizzare il Medio Oriente? Chi guadagna dal caos? Chi beneficia di un’Europa divisa, subalterna, incapace di costruire una propria politica estera autonoma?

Il paradosso che ci dovrebbe svegliare di notte

Siamo pronti ad andare in guerra al fianco dei nostri stessi nemici.

Non uso questa parola a caso. Trump e Netanyahu non sono nostri alleati storici incomprensibili, non sono amici con cui abbiamo qualche divergenza. Sono, nei fatti, forze attivamente impegnate a smantellare l’Europa, quella stessa Europa che ha garantito settant’anni di pace, di diritti, di benessere per i nostri figli.

È Trump che ha imposto dazi punitivi sui prodotti europei, colpendo le nostre imprese. È Trump che ha fatto pressioni sugli stati europei affinché smettessero di sostenere l’Ucraina. È la sua amministrazione che ha aperto canali diretti con i movimenti sovranisti europei, finanziando e amplificando quelle forze politiche che vogliono fare a pezzi l’Unione Europea dall’interno.

E Netanyahu? Sta perseguendo una guerra totale che ha già innescato crisi migratorie di dimensioni bibliche verso le nostre coste, che ha alimentato la radicalizzazione nelle periferie delle nostre città, che ha reso l’Italia un potenziale bersaglio di ritorsioni.

Ma c’è di più, ed è la parte che fa più paura. La stessa logica geopolitica che oggi porta alla guerra contro l’Iran è la stessa che ha già consegnato l’Ucraina a Putin e che si prepara a fare lo stesso con Taiwan alla Cina. Non sono scenari separati: sono le pedine di un unico scacchiere, dove l’Europa viene sistematicamente indebolita, isolata, resa subalterna. Prima si cede l’Est Europa alla Russia, poi si lascia mano libera alla Cina nel Pacifico, e nel mezzo si scarica il costo umano e materiale del caos mediorientale sulle spalle dell’Europa. Dividi e impera: la strategia più antica del mondo, applicata su scala globale.

Noi, in tutto questo, che facciamo? Apriamo le nostre basi. Offriamo la nostra logistica. Paghiamo il prezzo di una guerra decisa altrove, per interessi altrui, da chi ci considera una variabile secondaria nella propria equazione di potere.

Siamo in piazza? No. Stiamo guardando Sanremo.

Ed è qui che casca l’asino.

In queste ore decisive, mentre si decide se l’Italia entrerà formalmente a supportare un conflitto che potrebbe trascinarci in una guerra vera, cosa succede nel Paese? I social parlano d’altro. La gente è stanca. I partiti fanno i conti delle prossime elezioni. La base pensa al tormentone dell’estate.

Siamo diventati un popolo incapace di scendere in piazza per rivendicare ciò che la nostra stessa Costituzione ci consegna come diritto e come dovere: il ripudio della guerra come atto offensivo. Non è un’opinione politica, non è di sinistra o di destra: è scritto all’articolo 11 da chi aveva visto la guerra da vicino, da chi sapeva cosa vuol dire pagarne il prezzo con il sangue.

Eppure siamo qui, spettatori silenziosi di una deriva che avanza lenta ma inesorabile, con la stessa indifferenza con cui un decennio fa si lasciò smantellare la nostra industria, la nostra sanità pubblica, il nostro futuro.

L’articolo 11 non è decorazione

La nostra Costituzione dice con parole inequivocabili che l’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Non è un’aspirazione poetica: è una norma fondamentale, scritta da chi aveva visto i propri figli morire per scelte fatte altrove. Quando le nostre basi vengono usate, anche solo per logistica e sorveglianza, a supporto di un’operazione militare non autorizzata dall’ONU, siamo in un territorio costituzionalmente e giuridicamente scivoloso.

Sergio Costa, vicepresidente della Camera, ha ricordato cosa successe ventitré anni fa con l’Iraq: stessa retorica, stessa promessa di portare democrazia e sicurezza. Il risultato fu terrorismo, instabilità, crisi migratorie che paghiamo ancora oggi. La storia tenta di ripetersi, e noi rischiamo di essere ancora una volta comparse in una guerra che non abbiamo scelto e dalla quale non abbiamo nulla da guadagnare.

Cosa chiediamo al governo Meloni

Non è demagogia. È politica elementare: che la presidente del Consiglio venga in Parlamento adesso, non il 18 marzo, non dopo che le decisioni sono già state prese, a spiegare agli italiani qual è la posizione del nostro Paese. Che l’Italia si allinei alla posizione spagnola e neghi l’uso delle basi per operazioni offensive. Che l’Europa costruisca finalmente una voce autonoma, orientata alla de-escalation e al ritorno alla diplomazia.

La pace non è debolezza. La sovranità non è anti-americanismo. È semplicemente la pretesa, del tutto legittima, di decidere del proprio destino.


Ci siamo persi in mille distrazioni mentre il Mediterraneo di cui Matera è diventata “Capitale” brucia e qualcuno decide per noi. È il momento di svegliarsi, e di scendere in piazza.

Domenico Bennardi


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