La pace non è un gioco d’azzardo: oltre la propaganda sulla crisi iraniana

Mentre il dibattito pubblico viene troppo spesso distratto dalle coreografie comunicative di Donald Trump, è necessario fermarsi un istante per guardare con onestà ciò che sta accadendo davvero sul piano geopolitico. L’approccio dell’attuale presidenza statunitense, fatto di minacce alternate a tregue fragili e poco credibili, non rivela soltanto una mancanza di visione strategica, ma conferma una tendenza pericolosa: quella di alimentare instabilità per rispondere a logiche di egemonia economica e pressione verso attori globali come la Cina. Ma dietro i grandi proclami su tregue di facciata, i dati che filtrano dal campo sono agghiaccianti. In appena un mese di ostilità, si stimano tra le 10.000 e le 15.000 vittime civili, cadute sotto i bombardamenti a Teheran, Isfahan e Mashhad. Milioni di persone sono in fuga verso i confini, mentre il collasso del sistema elettrico trasforma gli ospedali in trappole per chiunque abbia bisogno di cure. E’ paradossale ma è l’umanità stessa l’unica artefice di questo disastro. Come scriveva Italo Calvino, “l’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui”. Non possiamo accettare che la politica diventi un cinico calcolo sulla pelle dei popoli: stare “dalla parte giusta” significa oggi scegliere la vita e la dignità umana prima di ogni interesse finanziario o militare.
La tregua di due settimane siglata in queste ore è un filo di seta sospeso sull’abisso. Se da un lato il Pakistan ospita a Islamabad i primi difficili colloqui di pace, dall’altro le forze americane restano schierate con armi extra, pronte a un’escalation definitiva se Teheran non accetterà condizioni che sanno di resa totale. Abbiamo visto attacchi simbolici e devastanti, come la distruzione del ponte tra Teheran e Karaj o i raid sull’isola di Kharg, a cui l’Iran ha risposto colpendo i centri nevralgici dell’economia digitale, come i data center di Amazon negli Emirati. È una guerra che non si combatte solo con i missili, ma mentre colpisce luoghi di lavoro locali, scuote i mercati e la sicurezza quotidiana di cittadini globali. In questo scenario, la posizione di Israele e la deriva ideologica che vede nell’Iran una minaccia esistenziale assoluta rendono ogni compromesso quasi inaccettabile per le parti in causa. Il rischio è che questa “pace di carta” bruci sotto il calore di un’ideologia che non lascia spazio alla mediazione diplomatica.
Questa combinazione tra una strategia di “caos controllato” e il fanatismo ideologico-religioso sta portando il mondo sull’orlo di una catastrofe senza precedenti. Rispetto al passato, la situazione è oggettivamente più pericolosa perché gli attori in campo sembrano aver smarrito la razionalità. Non si tratta solo di uno scontro regionale: il blocco dello Stretto di Hormuz e l’escalation parallela in Libano rischiano di innescare una reazione a catena incontrollabile. Ernest Hemingway diceva che “la guerra, per quanto necessaria o giustificata, è sempre un crimine”. Noi lo gridiamo con forza: l’unica battaglia che vale la pena combattere è quella per la pace, senza “se” e senza “ma”. Non possiamo restare a guardare mentre si gioca col fuoco, mentre civili vengono uccisi, mentre l’Europa e molti governi come il nostro rimangono silenti e spettatori passivi: è il momento della responsabilità e della coerenza.
Fermare questa follia non è un’opzione, è l’unico dovere che la politica ha verso le generazioni future.