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Il calcio e l’italietta che si indigna a comando

Il calcio e l’italietta che si indigna a comando

Sono triste. Come tifoso, come italiano, sono triste per l’ennesima eliminazione della Nazionale. Terza volta consecutiva fuori dai Mondiali. Non è una cosa da poco e non è giusto minimizzarla.

Ma questa tristezza non mi impedisce di vedere quello che sta succedendo nelle ultime ore sui giornali e sui social: la solita italietta che trasforma ogni sconfitta in un caso politico nazionale, ogni rigore sbagliato in un’interrogazione parlamentare urgente.

Il ministro dello Sport Andrea Abodi ha emesso una nota ufficiale. Ha detto che “il calcio italiano va rifondato” e che serve “un rinnovamento dei vertici della Figc”. Il presidente del Senato Ignazio La Russa ha twittato. I deputati di Fratelli d’Italia hanno chiesto un’informativa urgente in parlamento. La Lega ha parlato di “vergogna inaccettabile”. Tutti indignati. Tutti con la soluzione pronta.

Permettetemi una domanda semplice: dov’erano prima?

E soprattutto: se avessimo vinto ai rigori, e i rigori sono una lotteria, nient’altro che una lotteria, stavamo tutti a festeggiare, e nessuno avrebbe scritto una sola riga sulla necessità di rifondare niente. Il problema strutturale del calcio italiano non nasce né muore su un dischetto. Esiste da anni. Ma non fa notizia finché non c’è la sconfitta da cavalcare.

Questo è il meccanismo che mi fa arrabbiare, molto più della partita persa.

La politica italiana ha un vizio antico e profondo: reagisce all’emozione collettiva del momento, non ai bisogni reali e silenziosi delle persone. Il calcio fa rumore, scalda gli animi, riempie le piazze virtuali. Allora diventa urgente. La ragazza madre che non sa come pagare le bollette a fine mese non fa rumore. Il papà che non può comprare i libri di scuola non fa notizia. E intanto aspetta.

C’è anche un problema più specifico, che riguarda il ruolo di un ministro dello Sport. Un ministro dello Sport non dovrebbe avere come bussola il risultato calcistico della Nazionale. Dovrebbe porsi domande ben più profonde e urgenti: perché lo sport sta diventando un lusso per molte famiglie italiane? Perché un bambino di una famiglia con difficoltà economiche ha sempre meno accesso alle società sportive, alle palestre, ai campi? Come si costruisce una cultura del benessere fisico che attraversi scuola, territorio, comunità?

Queste sono le domande di un ministro dello Sport all’altezza del ruolo. Non l’indignazione da stadio travestita da nota ufficiale.

Detto questo, e lo dico con onestà, anche verso la mia parte politica, nessuno è del tutto esente da questa logica. Anche dall’opposizione ci sono stati interventi sull’onda dell’emotività post-partita. Possiamo fare meglio. Possiamo essere la voce che sposta il frame, che porta la discussione dove serve davvero: sui diritti, sull’equità sociale, sull’accesso allo sport come strumento di crescita collettiva.

Il calcio è passione, cultura popolare, identità. Lo capisco e lo rispetto. Ma una Nazione seria non si misura sui rigori. Si misura su quanti bambini riescono a fare sport indipendentemente dal reddito dei loro genitori, perché da padre posso assicurarvi che anche il calcio sta diventando un lusso. E più in generale su quante famiglie possono arrivare alla fine del mese. Su quante persone hanno accesso a una sanità pubblica degna.

Su questo vorrei sentire note ufficiali. Su questo vorrei informative urgenti in parlamento.

Il resto è rumore.

Domenico Bennardi

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