Matera, cultura e direzione smarrita: quale futuro stiamo costruendo?

Ci sono momenti in cui una città deve fermarsi e interrogarsi, non per nostalgia o per sterile polemica, ma per capire se la traiettoria intrapresa è davvero quella giusta. Matera oggi si trova esattamente in questo punto, sospesa tra ciò che è stata e ciò che fatica a diventare.
Negli ultimi giorni si è parlato molto della scelta di un noto regista internazionale di non tornare a girare nella nostra città, preferendo altri territori del Sud. È una notizia che ha inevitabilmente acceso il dibattito pubblico, ma fermarsi a questo episodio sarebbe un errore: non è il singolo regista, né una produzione cinematografica, a definire il destino culturale di Matera. Eppure una cosa va ricordata con chiarezza: Matera non è stata solo “scelta” per un grande film che le ha dato visibilità mondiale, ma ha contribuito in modo determinante al suo successo e alla sua forza evocativa, diventando scenografia viva, racconto incarnato, memoria trasformata in immagine universale. Il rapporto è stato reciproco, ed è proprio questa consapevolezza che oggi sembra affievolirsi.
Il punto, dunque, non è chi viene o chi va, ma quale visione culturale abbia oggi Matera. Dopo essere stata Capitale Europea della Cultura nel 2019, abbiamo candidato la città a Capitale Mediterranea della Cultura e del Dialogo nel 2026 vincendo quest’altro importante riconoscimento, oggi ci si sarebbe aspettati un salto di qualità permanente: una città capace di progettare il futuro, consolidare reti internazionali e valorizzare in modo strutturale il proprio capitale umano e creativo. Invece, la sensazione diffusa è quella di una navigazione a vista, priva di una direzione chiara e condivisa.
La cultura non può essere ridotta a un calendario sporadico di eventi né a una sequenza di iniziative isolate. Non può vivere di annunci o di appuntamenti spot. Anche se si decidesse di puntare su grandi eventi di richiamo, resterebbe comunque una domanda fondamentale: cosa accade prima e dopo? Qual è il tessuto culturale che sostiene questi momenti? Senza una struttura, senza continuità, ogni evento rischia di essere solo una parentesi, incapace di lasciare traccia.
Una città come Matera dovrebbe essere un laboratorio permanente, un luogo in cui artisti, studiosi, associazioni e imprese culturali possano confrontarsi, co-progettare, sperimentare. Dovrebbe essere capace di mettere a sistema le proprie eccellenze, non di lasciarle ai margini. Per questo diventa inevitabile interrogarsi anche sugli strumenti concreti: che fine ha fatto il bando per gli eventi culturali? Che fine ha fatto l’idea di stimolare la creatività diffusa, di aprire spazi ai talenti locali, di costruire una programmazione condivisa? Senza questi strumenti, il rischio è quello di una cultura calata dall’alto, percepita come distante e incapace di generare identità e appartenenza.
C’è poi un nodo ancora più emblematico. Matera possiede un patrimonio unico al mondo, non solo architettonico ma profondamente antropologico: è una città che racconta la storia dell’uomo, delle comunità, delle trasformazioni sociali. Eppure il museo demoetnoantropologico, uno dei luoghi più importanti per dare forma a questa narrazione, resta fermo, in attesa di essere aperto, vissuto e affidato a una gestione capace di renderlo dinamico, internazionale, esperienziale. Non un contenitore statico, ma un centro vitale di ricerca, divulgazione e innovazione culturale.
Matera è essa stessa un museo diffuso di antropologia, un intreccio di culture, religioni, storie e umanità. È uno dei pochi luoghi al mondo in cui l’antropologia non si studia soltanto, ma si respira. Ed è proprio da qui che bisognerebbe ripartire, costruendo una visione euro-mediterranea fondata su questo patrimonio unico, capace di rendere la città un punto di riferimento internazionale sui temi dell’identità, della memoria e delle comunità.
Senza una direzione chiara, però, ogni occasione rischia di restare episodica, ogni opportunità isolata, ogni successo temporaneo. Matera non ha bisogno di rincorrere modelli esterni, ma di ritrovare se stessa, riconoscere il proprio valore e trasformarlo in progetto. Perché la cultura non è un accessorio: è l’infrastruttura invisibile di una città, e senza infrastruttura nessun futuro è davvero possibile.
E voi cosa ne pensate? Quali idee vorreste vedere nel dossier? Scrivetelo nei commenti o contattatemi, ne parleremo (spero) presto in Commissione.
Domenico Bennardi