Se la difesa di un Paese diventa un carro armato: il tramonto della scuola e la democrazia sotto tiro

Mentre l’anno scolastico si avvia alla ripartenza, le aule italiane si preparano ad accogliere studenti e docenti nella consueta, drammatica normalità: pareti e solai fatiscenti, stipendi tra i più bassi d’Europa e un precariato diventato oramai sistemico. Ma a rendere davvero amaro questo rientro in classe non è soltanto l’ennesimo ritardo strutturale; è il confronto impietoso con la lista delle priorità della nostra politica.
L’Italia stanzia poco più del 4% del Pil per l’istruzione, contro una media europea che si aggira intorno al 4,7%. Allo stesso tempo, secondo i dati NATO, la spesa per la difesa del nostro Paese ha raggiunto nel 2025 quota 45,3 miliardi di euro, pari al 2% del Pil, con un balzo di oltre 12 miliardi rispetto ai 32,7 miliardi del 2024 (+38,5%). Se si guarda invece ai dati SIPRI, che usano un altro metro di misura, l’Italia risulta al dodicesimo posto al mondo per spesa militare, con 48,1 miliardi di dollari spesi nel 2025: il 20% in più dell’anno precedente, il 57% in più rispetto a dieci anni fa. In altre parole: mentre per chi insegna e per chi impara non ci sono risorse, per gli armamenti il portafoglio delle istituzioni si apre senza esitazioni, qualunque sia il criterio con cui lo si misura.
Ci è sempre stato raccontato che la difesa della patria e la sicurezza siano concetti da delegare agli arsenali. Ma cosa c’è da difendere se impoveriamo la mente dei nostri figli? Quale futuro stiamo preparando se riduciamo la scuola pubblica a un mero parcheggio sociale, incapace di garantire standard professionali ed edifici adeguati?
I numeri raccontano una realtà inequivocabile. Secondo l’ultima relazione della Corte dei Conti sul rendiconto generale dello Stato, oltre il 56% degli edifici scolastici italiani è privo del certificato di agibilità, e il programma dedicato all’edilizia scolastica, pur disponendo nel 2025 di quasi 4,9 miliardi di euro, è riuscito a spenderne appena 1,3 miliardi: una capacità di spesa ferma al 26%. Vuol dire che i soldi, quando pure ci sono, restano fermi nei cassetti mentre i solai continuano a franare sulla testa dei nostri ragazzi.

Da ex sindaco, ho voluto vedere da vicino lo stato in cui versano le nostre scuole e ho voluto investire tutto quello che potevo per esse, ma il lavoro da fare è immenso e lo Stato non può lasciare soli i sindaci a combattere tra le magre maglie dei bilanci comunali (in basso alcune foto di repertorio).
Sul fronte del personale, il Ministero rivendica di aver “coperto” quest’anno circa 118 mila supplenze entro il 31 agosto. Ma secondo i sindacati di categoria i precari complessivi tra docenti e personale Ata restano oltre 200 mila, e c’è chi stima che i posti a tempo determinato possano arrivare a 250 mila nel corso dell’anno. Non è un’emergenza temporanea: è, ormai da anni, il modello con cui lo Stato tiene in piedi la scuola pubblica.
Rileggere oggi le parole di Piero Calamandrei sulla scuola come fondamento della democrazia suona come un sinistro avvertimento: se svilisci la scuola pubblica, se la lasci impoverire e trascurata, prepari il terreno a una scuola che smette di formare cittadini liberi e critici. Se tagli la cultura, tagli la capacità critica di un popolo; e un popolo senza strumenti critici è un popolo facilmente manovrabile.
In un’epoca segnata da tensioni internazionali, la risposta della politica e dei governi europei sembra essere una sola: la corsa alle armi. Aumentare la spesa militare a scapito dei servizi sociali, come hanno ricordato più volte anche voci critiche del panorama progressista europeo, significa condannare il welfare a un lento smantellamento. Più carri armati acquistiamo o facciamo transitare nei nostri porti, meno risorse restano per gli ospedali, i trasporti e, soprattutto, per le scuole.
Da figlio di insegnanti e da genitore che sta per vedere il proprio figlio iniziare la scuola secondaria di primo grado (che noi chiamavamo semplicemente le medie), posso dire che affidare il futuro non solo dei nostri giovani ma di una intera società alla logica del riarmo anziché all’investimento culturale è il più grande fallimento di una classe dirigente. Un governo che trova miliardi per aggiornare i propri apparati bellici ma lascia gli insegnanti con salari da fame, gli studenti in classi pollaio e gli edifici scolastici colabrodo sta facendo una scelta precisa: sta decidendo che la forza militare conta più della crescita umana e professionale dei propri cittadini.
La scuola non è un capitolo di spesa residuale da tagliare alla prima occasione o da saziare con le briciole; è la spina dorsale della Costituzione (Articolo 34) e la prima forma di difesa di una società democratica. Restituire dignità ai docenti, garantire strutture sicure e mettere al centro la cultura non sono rivendicazioni di settore, ma battaglie di civiltà. Perché un Paese che sceglie di finanziare i cannoni invece di investire sui propri banchi di scuola ha già deciso di consegnare il proprio futuro al buio.
Chiudo con l’augurio sincero di buon inizio anno scolastico a tutte e tutti gli studenti, i genitori, il personale scolastico tutto.
Domenico Bennardi
Consigliere Comunale di Matera
















