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Bruciare l’attesa: perché addobbare a Natale a ottobre è un errore culturale

Non per fare la solita polemica, ma c’è un limite che non bisognerebbe mai varcare. Le nostre strade sono già invase da festoni e addobbi natalizi dal 23 ottobre. Uno scenario che ha del surreale se pensiamo che, fuori dalle vetrine e dai piani di marketing, ci troviamo in pieno autunno, con le temperature miti e un calendario che richiede ben altri ritmi.

Il punto non è la bellezza delle luci in sé, quanto la fretta ossessiva che ormai governa ogni aspetto della nostra vita collettiva. Tra oggi e il 25 dicembre ci sono ancora tappe fondamentali da vivere e rispettare: penso a Ognissanti, alla commemorazione dei defunti e poi alla straordinaria profondità del tempo d’Avvento. Sono momenti che hanno un senso, un valore storico, spirituale e umano insostituibile.

Oggi, invece, tutto viene appiattito e divorato dalle logiche commerciali. Viviamo sotto il giogo dell’ansia da prestazione economica e del marketing spinto, che ha un unico obiettivo: bruciare le tappe per anticipare i consumi. Così facendo, si compie il peccato culturale più grave: si brucia l’attesa.

Eppure, l’attesa non è un vuoto da colmare, ma è già parte integrante della festa. È la dimensione della gradualità, della spiritualità, della capacità interiore di gustare ogni singolo momento. L’attesa educa lo sguardo e prepara il cuore.

Una città non si valorizza inseguendo ciecamente le vetrine dei centri commerciali o anticipando scadenze che snaturano le ricorrenze. Una città ha un’anima, una sua identità e una misura del tempo che va protetta. Il Natale, per essere davvero tale, ha bisogno di essere atteso.

Domenico Bennardi

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