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Quando si muore in un CPR, il silenzio è una scelta

Ci sono notizie che scorrono sullo schermo e che dopo un minuto abbiamo già dimenticato. Un ragazzo muore dentro un Centro di Permanenza per il Rimpatrio, qualcuno scrive tre righe di agenzia, si parla di “evento critico”, e poi si passa oltre. Io non voglio passare oltre, e per questo ho presentato, insieme ai colleghi consiglieri di opposizione Cifarelli, Colucci, Cotugno, Santochirico, Tarasco e Rizzi, una mozione in Consiglio comunale a Matera per chiedere la chiusura dei CPR, a partire da quello di Palazzo San Gervasio.

Mi si dirà che il Consiglio comunale di una città non decide la politica migratoria nazionale. È vero, e lo so bene, perché in quel palazzo ci ho lavorato da sindaco. Ma un Consiglio comunale può fare una cosa che a volte vale quanto una legge: dire con chiarezza da che parte sta. E la mozione chiede esattamente questo, che il Sindaco e la Giunta si facciano portavoce presso il Governo e il Ministero dell’Interno per la chiusura del centro lucano e per il graduale superamento dell’intero sistema, e che si sollecitino le istituzioni competenti affinché sia fatta piena luce sulla morte di Oussama Darkaoui, avvenuta nell’agosto del 2024, e su quella di Lassoued Dhoui, tunisino di circa trent’anni, morto lo scorso 10 agosto nella stessa struttura.

Il punto di partenza è semplice, e quasi sempre lo si dimentica. In un CPR non finisce chi ha commesso un reato. Finisce chi non ha un permesso di soggiorno. Parliamo di detenzione amministrativa, cioè della privazione della libertà personale senza una condanna, mentre l’articolo 13 della nostra Costituzione dice che la libertà personale è inviolabile e che può essere limitata solo per atto motivato dell’autorità giudiziaria, nei soli casi e modi previsti dalla legge. Possiamo discutere per ore su come applicare quell’articolo a questi luoghi, ma chi lavora ogni giorno sul tema, da Amnesty International all’ASGI, da ActionAid al Tavolo Asilo e Immigrazione, li descrive come zone in cui il diritto si assottiglia fino quasi a sparire. I dossier indipendenti parlano di oltre quaranta persone morte in questi centri dalla loro istituzione, tra sofferenza psicologica, autolesionismo e suicidi. Sono stime, certo, ma quando le stime sono così alte, rifugiarsi nell’imprecisione non è prudenza, è comodità.

C’è poi una ragione che riguarda direttamente la nostra città. Matera è Capitale Mediterranea della Cultura e del Dialogo, e abbiamo costruito legami con Tétouan, in Marocco, e con tutta la sponda sud del Mediterraneo. Se queste parole non vogliono restare uno slogan da cartellone, devono pesare quando c’è da prendere posizione. Non posso invocare il dialogo con il Marocco e poi tacere se un ragazzo marocchino di ventidue anni muore in un centro di detenzione a poche decine di chilometri da noi. La cooperazione vera si vede lì, nel momento scomodo.

Non nascondo che su questo tema esistono posizioni diverse, anche in buona fede, e che chi difende i CPR parla di rimpatri, di sicurezza, di rispetto delle regole. Ne discuteremo in Consiglio, ed è giusto così. Ma io credo che nessuna regola, per quanto necessaria, possa giustificare luoghi dove la dignità e la salute di una persona diventano un dettaglio. Ammetto anche una cosa: per anni, come tanti amministratori, ho guardato a queste vicende con la distanza di chi pensa che spetti sempre a qualcun altro intervenire. Oggi penso che sia stato un errore, e che il primo passo sia smettere di delegare la propria coscienza.

Per questo chiediamo a tutto il Consiglio comunale, maggioranza compresa, di sostenere la mozione. Non è una battaglia di parte. È la scelta di non rimanere in silenzio.

Oggi in Italia i CPR sono dieci: Bari, Brindisi, Caltanissetta, Gradisca d’Isonzo, Macomer, Milano, Palazzo San Gervasio, Roma, Torino e Trapani. Il governo non intende fermarsi qui. Fin dal 2023 il ministro dell’Interno Piantedosi parla di almeno un CPR in ogni regione, e a ottobre 2026 ha annunciato in Parlamento sei nuove aperture: due in Trentino-Alto Adige, una in Calabria, una in Campania, una in Emilia-Romagna e una in Toscana, accanto a un ampliamento di posti in strutture già esistenti. Le Regioni guidate dal centrosinistra, Toscana ed Emilia-Romagna in testa, si oppongono, ma la legge prevede che il presidente della Regione venga consultato senza che il suo parere sia vincolante. Il governo difende la scelta come strumento di legalità e sicurezza, mentre i critici ricordano che più centri non significano automaticamente più rimpatri, perché il vero ostacolo resta la mancanza di accordi con i Paesi di origine.

Dieci centri oggi, altri sei in arrivo secondo il governo, e nel frattempo persone che muoiono dentro queste strutture senza aver commesso alcun reato. La mozione che abbiamo presentato a Matera nasce da qui: non pretende di cambiare da sola la politica nazionale, ma chiede che la nostra città, Capitale Mediterranea della Cultura e del Dialogo, dica chiaramente da che parte sta, sollecitando la chiusura del CPR di Palazzo San Gervasio e la verità sulle morti di Oussama Darkaoui e Lassoued Dhoui. Mentre si discute di aprirne altri, io credo che la domanda da porsi sia se questo sistema funzioni e se sia compatibile con la dignità delle persone e con la nostra Costituzione.

Oussama Darkaoui, partito dal Marocco a 18 anni per lavorare in Europa e aiutare la sua famiglia. Ci prova in Spagna, Francia, Germania, Italia. Arrestato alla fine a Napoli perché lavorava senza documenti nei mercati ortofrutticoli. Portato nel CPR di Potenza, viene trovato senza vita il 5 agosto, era morto già da 24 ore. Aveva 22 anni. Scoppia la rivolta, i medici diranno che è morto per “arresto cardiaco”. Ad oggi si è ancora in attesa di un’autopsia.

«Voglio il corpo di mio figlio, dice Leila, sua madre. Per favore. Vi supplico. Perché dopo averlo ucciso lo trattenete ancora lì in Italia? Oussama era un ragazzo molto buono, tutti gli volevano bene. È andato via da qui per aiutare la nostra famiglia, e invece ha trovato la morte. Una morte assurda, crudele. Chi lo ha ucciso ne risponderà davanti a Dio, ma la giustizia degli uomini, se esiste, deve dirci qual è la verità sulla morte di Oussama. Tutto questo è disumano. Dove sono i diritti umani di cui tanto parlate in Europa? Perché un ragazzo senza permesso di soggiorno finisce in un posto che è peggiore del carcere? Di una cosa sono certa, però. Oussama non si è suicidato. Nella sua ultima chiamata, il giorno stesso in cui è morto, mi ha detto che sarebbe uscito da quel centro il 20 agosto. Quindi il suicidio non avrebbe avuto senso. Ma se non si è ucciso vuol dire che lo hanno ucciso: ne sono sicura, lo sente il mio cuore di madre, e voglio la verità. Tutti noi qui vogliamo la verità».

Il fascismo non è qualcosa di cui rischiamo il ritorno, è già qui, in ogni forma di disumanizzazione che ha costruito la “migliore società possibile”.

Domenico Bennardi

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