Le bombe non hanno colore politico. Hanno il volto di un bambino.

C’è un momento in cui la politica deve smettere di fare calcoli e tornare a guardare in faccia la realtà. Quel momento è adesso.
Quello che sta accadendo in Iran dopo gli attacchi condotti da Stati Uniti e Israele il 28 febbraio scorso non è una questione di geopolitica astratta, non è una partita tra potenze da seguire sui teleschermi come fosse uno sport. È una guerra. E nelle guerre muoiono le persone. Muoiono i bambini.
Le immagini che circolano in questi giorni — corpi sotto le macerie, ospedali sopraffatti, famiglie in fuga — ci interrogano nel profondo. Non come analisti, non come schieramenti politici, ma come esseri umani. E come esseri umani, prima ancora che come politici, non possiamo tacere.
Una violazione del diritto internazionale che non ammette silenzi
Quello compiuto da USA e Israele è stato un attacco unilaterale contro uno Stato sovrano, senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, senza un mandato internazionale, senza che l’Iran avesse attaccato preventivamente i territori americani. Una violazione conclamata del diritto internazionale che — vale la pena ricordarlo — è lo stesso diritto che l’Occidente invoca quando fa comodo.
Lo hanno detto anche in Parlamento, tra chi aveva il coraggio di farlo: “Stati Uniti e Israele hanno compiuto una violazione del diritto internazionale attaccando unilateralmente un altro Stato.” Eppure il governo italiano — quello che si riempie la bocca di valori, di Occidente, di libertà — non ha trovato il coraggio di pronunciare una parola di condanna.
Meloni non condanna. Tajani e Crosetto si limitano ad ammettere, quasi con imbarazzo, che l’Italia non era stata nemmeno informata dell’attacco. Non informata. Alleati di serie B, dunque, ma pronti comunque a non disturbare i manovratori.
Le bombe non costruiscono la democrazia
C’è una narrazione che si ripete, ogni volta che l’Occidente decide di bombardare qualcuno: “lo facciamo per portare libertà, per liberare un popolo oppresso da un regime.” L’abbiamo sentita per l’Iraq. Per la Libia. Sappiamo come è andata a finire.
Il regime degli Ayatollah è oppressivo, sanguinario, illiberale — nessuno lo nega. Ma pensare che le bombe siano lo strumento per liberare il popolo iraniano è un’illusione pericolosa, o peggio, una menzogna cinica. In Iraq le bombe hanno partorito l’ISIS. In Libia hanno generato il caos che paghiamo ancora oggi, anche noi italiani, ogni volta che parliamo di migrazioni nel Mediterraneo.
Le bombe non portano democrazia. Alimentano il fondamentalismo, la radicalizzazione, l’odio. E soprattutto, uccidono i civili. Uccidono i bambini.
Il problema dell’Italia che tace
In queste ore si parla persino dell’ipotesi di inviare sistemi d’arma italiani nel Golfo. Il sistema Samp-T. Come se il nostro paese dovesse entrare ancora più dentro una guerra che non ha contribuito a prevenire, che non ha condannato, che non ha cercato di fermare.
Io mi chiedo: qual è il confine? Quando diventa troppo? Quando si trasforma in un coinvolgimento diretto che nessuno ha votato, che nessuno ha discusso davvero in Parlamento?
Il Parlamento merita rispetto. I cittadini meritano risposte. E le vittime — quelle vere, quelle in carne e ossa, quei bambini sotto le macerie di Teheran — meritano almeno che qualcuno abbia il coraggio di dire che morire sotto le bombe è sbagliato. Sempre. Da qualsiasi parte arrivino.
Da Matera, una voce per la pace
Non è un caso che Matera sia quest’anno Capitale Mediterranea della Cultura e del Dialogo. Il dialogo non è uno slogan da mettere sui manifesti: è una pratica quotidiana, una scelta politica che si fa anche — e soprattutto — quando fa scomodo. Quando i bombardieri sono i nostri alleati. Quando il silenzio sarebbe più comodo.
Io scelgo di non tacere. Sto con le vittime innocenti. Sto con i bambini. Sto con il diritto internazionale. E chiedo al governo del mio paese di avere il coraggio di fare lo stesso.
La pace non è neutralità. La pace è giustizia. 🕊️
Domenico Bennardi